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Il docente lancia l’esercitazione

Posted on mar 16, 2013 by in I miei luoghi | 4 comments

gatto-binari

Un articolo che parla di formazione aziendale e di trasformazione personale. Pubblicato nella rivista FOR a giugno 2006 e che ripropongo oggi qui con l’obiettivo di sottrarlo ai tentacoli del copyright e riprenderne possesso per renderlo disponibile a tutti.

Il docente lancia l’esercitazione. Storia di un’immagine scritta

L’oggetto

“Ore 10:30 – Il docente lancia l’esercitazione”.

Leggo la frase scritta su un manuale e subito emergono due sensazioni: la pancia mi dice che “qualcosa non funziona” e la mente risponde che “potrebbe funzionare”, in quell’interessante intreccio dove l’una non sconferma completamente l’altra.

Parto dalla seconda per poter giungere alla prima, notoriamente più vaga, e mi è subito chiaro che la frase non può essere considerata sbagliata perchè comprensibile. Voglio dire che chiunque, con una ragionevole facilità, può coglierne il senso anche se il suo significato risulta inficiato, al suo esatto centro, dalla presenza di un verbo che normalmente viene utilizzato per rappresentare l’allontanamento energico di un oggetto da parte del soggetto.

Mi diverto a lasciare che il significato faccia emergere l’immagine di un uomo vestito in grigio antracite con una camicia azzurra ed una cravatta che, seppure di stile impeccabilmente classico nel suo regolare puntinamento, cela tante piccole volpi rosse; scarpe e borsa color cuoio come richiede il più puro stile italiano, una barba curata e capelli leggermente brizzolati che come tutto il resto vogliono raccontare di tante ore passate a leggere, comprendere, parlare di formazione. Direi un’immagine bella, densa di variegate profondità come quella che, si dice, ogni docente di lungo corso dovrebbe raffigurare. Mi fermo o meglio vorrei fermarmi qui, prima che il verbo costringa questa ”creazione” al gesto inconsulto e un po’ folle di prendere una trentina di fogli bianchi, pieni di quegli inequivocabili segni con cui comunichiamo i nostri pensieri e le nostre intenzioni, e a lanciarli violentemente in faccia ad una decina di ignari partecipanti immobilizzati dall’imprevisto.

Devo però ammettere che questa immagine non c’era quando ho letto la frase. Ne consegue, quindi, che la mente interviene attivamente ad evitare che il significato di una frase faccia nascere pensieri assurdi utilizzando il grimaldello del senso che riesce a forzare la porta blindata del pensiero razionale.
Potrei esserne soddisfatta. In fondo la scoperta di una facoltà umana che riesce a correggere alcune piccole imprecisioni linguistiche potrebbe farmi sentire tranquilla e la storia si potrebbe chiudere qui con il salvataggio in estremis del docente da un brutto naufragio.

Allora perchè la pancia non si arrende ed ogni volta che leggo la frase mi comunica il suo franco disappunto? Perchè, nonostante le spiegazioni fornite dalla sopracitata facoltà del pensiero, continua ad attirare la mia attenzione come a comunicarmi che in fondo il mistero non è stato completamente svelato?

Provo a correggere la frase in “Il docente avvia l’esercitazione” seguendo un segreto suggerimento che subito vado a controllare nel dizionario etimologico. Il responso è “avviare: mettere in via, incamminare, indirizzare, cominciare una cosa per poterla poi continuare e portare sino alla fine“.
Sento viva la soddisfazione che nasce dal far combaciare in una dolce armonia il significato con il senso e, a proposito di immagini, mi rendo conto che quella precedentemente raccontata del docente riceve una più degna rilevanza dall’utilizzo di questo nuovo verbo che riesce a sottrarre la situazione da una rappresentazione troppo nitida per restituirle quel tanto di vaghezza che merita la descrizione di un movimento umano, che non può essere mai raccontato troppo precisamente senza sottrargli quel tanto di individualità che ognuno di noi si prende nel fare le stesse azioni di tanti altri.

Soddisfatta chiudo il fascicolo di questa ricerca, ma nel girare l’ultima pagina la memoria mi regala il verso di una poesia.

Un’anima tu avevi
cosi chiara ed aperta
ch’io non potetti mai
nella tua anima entrare [1]

La storia dell’oggetto

Questo scrivevo alcuni mesi fa durante una giornata di lavoro apparentemente uguale a tante altre. Ma la prima concessione alla comprensione di questo testo devo farla dicendo che faccio la segretaria da 16 anni in una società di formazione.

Era il mese di marzo del 1990 quando sono entrata per la prima volta in una delle sue stanze e nei precedenti 25 anni della mia vita nulla mi aveva accennato l’esistenza di questo mondo e con esso di tutte le parole che lo abitano e che, pur vivendo anche fuori da esso, sembravano vestirsi di nuovi e spesso difficili significati: ascolto, comunicazione, empatia… scrivere, parlare, leggere… e molte altre.
E’ stato mio compito quello di accoglierle e sistemarle in lettere, lucidi, articoli e dare loro forme e colori che ne esaltassero il senso. Per anni ho domandato alle persone che mi circondavano che cosa volessero dire, raccontare, esprimere. Non il loro significato, ma il senso che andavano prendendo quando venivano utilizzate in quelle aule dove non ero ammessa: quale pensiero c’era dietro quelle parole? Quale idea? Un lavoro di ricerca paziente in cui ho accettato di stare ferma ed in silenzio aspettando che arrivasse quella comprensione profonda che nasce solo dopo tanti anni di partecipata frequentazione.
Durante tutto questo periodo non ho mai scritto nulla, perché ogni volta la mia voluta impreparazione diveniva condizione necessaria perché un nuovo concetto potesse essere accolto senza resistenze.

Poi, come spesso accade, l’incontro con una persona nuova ha messo in crisi una situazione in cui mi sentivo protetta ma in cui non avevo mai incontrato la parola trasformazione. Lei mi ha fatto sentire la presenza di quei muscoli nelle gambe che permettono il movimento e i primi passi mi hanno portato in un’altra direzione a cercare le stesse parole in un’altra stanza, paranoicamente convinta che il confronto potesse essere una ricchezza.
Dentro quella stanza un’altra presenza bellissima e difficilissima mi fece scoprire che era necessario ricominciare dal principio. Io ascoltavo? E quali sensazioni vivevo nel rapporto con gli altri?
Fu lì che scoprii che avevo costruito castelli di parole senza fondamenta e con mio grande stupore compresi la differenza tra sapere e realizzare. Il pensiero razionale era riuscito a conoscere alcune parole anche nei loro significati più complessi e profondi, ma perché la parola “ascolto” potesse includere la presenza di un altro essere umano dovevo realizzarla in prima persona.
Prima del sapere veniva l’essere.
Un’altra nascita ed un altro primo anno di vita che durò sei anni, durante i quali cresceva il mio ascolto insieme al mio stare ferma, denso di sensazioni che oggi chiamo immagini anche se non sono quelle che colpiscono la retina dell’occhio.

Uscii da quella stanza con un regalo che ancora oggi non finisco di scartare: per parlare e per scrivere è necessario saper ascoltare.
Ascoltare il suono delle parole che attraverso lo stimolo del timpano trasmettono immagini che sono impossibili da vedere ma a cui il corpo reagisce, poi un attimo di separazione e la mente riesce a pensare oltre il significato, oltre il senso in un rapporto totale e complesso con la realtà dell’altro. Andare oltre le parole. Vedere nonostante le parole, e mettere ogni volta in gioco la propria immagine interna per ascoltare quella di chi scrive.
Una sensibilità della pelle riconquistata con tanta acqua calda ed energici strofinamenti come “il ragazzo selvaggio dell’Aveyron” [2] e come lui dovetti scontrarmi con la filosofia educativa di chi mi era vicino, ma a differenza del quale riuscii a parlare e scrivere quando ebbi la possibilità di conoscere chi univa affetti e parole perché quest’ultime non fossero contenitori vuoti ma generate da pensieri e idee.

Altri sei anni perché dopo l’essere potesse crescere il sapere che è conoscenza dell’altro così diverso da me, alcune volte incomprensibile alla mente ma sempre presente nel rapporto. Altri sei anni senza scrivere, perché la parola no potesse servire a quella critica che fa il pensiero unico e personale di ognuno di noi. No, come rifiuto di quelle parole astratte senza confronto con la realtà più profonda degli esseri umani, come rifiuto dello iato tra mente e corpo, tra significato e senso. No, come separazione profonda dal mio passato, come separazione da un pensiero vecchio di oltre duemila anni che condanna l’essere umano al successo sottraendogli la possibilità della realizzazione. Successo che non ha morale né etica e che non è mai abbastanza diverso da quello del leone che uccide la gazzella ed in quanto tale non specificatamente umano. No, come separazione da quel pensiero che non riesce ad unire le parole uguale e diverso [3], che dovrebbero essere il cardine del rapporto uomo-donna senza il quale non è possibile la realizzazione di uno solo dei due termini del discorso.

Sei anni per essere, sei anni per sapere, prima che arrivasse il fare e con esso il testo con cui ho iniziato questo articolo… doveva essere solo l’inizio ma un uomo mi ha chiesto di più. Ho accettato. Perché il fare deve diventare fare bene e perché ormai ho il vizio di rispondere sempre alle domande, anche a quelle silenziose.

Essere, sapere, fare, fare bene [4]… oggi, dopo 16 anni, queste sono le proposizioni che mi vengono in mente quando penso la parola formazione.

 

 


[1] Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Einaudi, 1979
[2] Jean M. Itard, Il ragazzo selvaggio, Editore SE, 2003
Francois Truffaut, Il ragazzo selvaggio, 20th Century   Fox Home Entertainment, 1969
[3] Annelore Homberg, Uguale e Diverso: considerazioni sul rapporto uomo e donna, Università degli Studi di Foggia, febbraio-marzo 2006
[4] Massimo Fagioli, Bambino, donna e trasformazione dell’uomo,  Nuove Edizioni Romane, 2003 (6)

 


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4 Comments

  1. Perché quel “controcanto” del FOR di giugno 2006 me lo ricordo? Allora il nome Paola Cinti non mi diceva nulla. Oggi posso dire di conoscere abbastanza bene Paola, pur senza averla mai vista. ;)
    Me lo ricordo, perché “lanciava” un argomento a me molto caro, come un sasso in piccionaia.
    Nei molti anni di professione di formatore aziendale, anche a me, alcune parole mi suonavano stonate, imprecise o comunque non pertinenti nel contesto in cui venivano usate. Ma la logica con cui andavi esponendo una tua personale “trasformazione” insita nell’apprendimento, con il rovesciamento della logica del sapere, del saper fare e il saper essere, che nella mia esperienza veniva spesso rappresentata in aula. La tua passava attraverso la parola “ascolto” che poi altro non è che la capacità ad aprirsi, la disponibilità ad accogliere il nuovo ad assimilarlo e trasformarlo in qualcosa di diverso, che prima non c’era. Possibile solo se si “è” e si vuole ”saper essere”.
    Ma torno a quelle che tu hai chiamato “piccole imprecisioni linguistiche”. Che senso hanno avuto e forse ancora hanno alcune parole: “Partecipante” ovvero colui che impara partecipando, contribuendo al suo sviluppo (il termine rimanda all’idea di partecipazione attiva) e non “Discente” colui che impara in maniera passiva che sarebbe stato più opportuno, dato che la partecipazione a certi corsi aziendali che ricordo, era limita a fare solo qualche domanda. Il termine discente viene giustamente contrapposto a “Docente”, ovvero colui che insegna, ma chi sa perché veniva ai miei tempi spacciato per un “Facilitatore” che, ovviamente, è tutto un altro approccio. O vogliamo parlare del termine “Erogare” un corso? Gli unici erogatori che io conosco sono le pompe di benzina e i bancomat.
    Cara Paola le storie che ricordo, purtroppo, non sono solo immagini scritte. Forse è per questo che mi ricordo bene del tuo articolo che all’epoca mi colpi, perché parlava la mia lingua nella seconda parte, ma anche la lingua “approssimativa o contraddittoria” di alcune realtà, da me vissute, nella prima.

  2. Non mi stupisce l’idea di un nostro possibile incontro già nel 2006 attraverso questo articolo, anzi. Anche se il perché solo oggi mi è chiaro.
    Allora come oggi la domanda per entrambi è la stessa, nel lavoro e nella società: è possibile, se non doveroso, pretendere da se stessi e dagli altri quella coerenza che porta a dire quello che pensi e fare quello che dici?
    La strada allora fu personale, come oggi, mentre lo stimolo arrivava dalla sensazione di iato tra l’essere, il sapere e il fare che troppo spesso vedevo nelle aule.
    Gia allora questa realtà non mi sembrava delinquenziale, ma frutto di difetti del pensiero come quello che fa derivare ciò che sei da ciò che fai.

    Oggi comunque mi sembra particolarmente importante riconoscersi che quella ricerca non non l’abbiamo fallita, forse è per questo che l’ho ripubblicato.

  3. Sorprendende ed emozionante rileggere l’articolo, che tanto tempo fa, pensavo fosse solo l’incipit di un racconto che però, fluidamente, si è sciolto in una lunga trama in cui ogni personaggio ha trovato il suo giusto posto.

    • Grazie Ilaria, sia perché un testo che risulta essere ancora “sorprendente ed emozionante” dopo 7 anni mi sembra una bella conquista, ma soprattutto perché credo oggi che non sia stato un caso ripubblicarlo, anche per alcune persone che, come me, hanno tenuto tenacemente un filo.
      Metterlo sul mio sito oggi mi sembra possa diventare anche un modo di riconoscersi in un modo di essere, pensare e soprattutto “lavorare”.

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