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	<title>Paola Cinti - Comunicazione e Social Networking</title>
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	<description>Sviluppo di strategie di comunicazione e social networking per le imprese</description>
	<lastBuildDate>Mon, 07 May 2012 16:01:44 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La rete-acchiappasogni</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 14:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco Personè</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Domenica, 2 settembre ore 8:17</p>
<p>Su FaceBook Adriano Foist La Punta questa notte mi ha postato: “Continuare a vedere quei magnacci, quelle sanguisughe di politici in TV mi fa venire l’orticaria. Eppure se oggi uno volesse fondare un nuovo movimento in Italia non avrebbe bisogno né di soldi né di una sede. Basta Facebook: infatti non c´è nessun altro luogo fisico dove passano quotidianamente, in alcuni casi diverse volte al giorno, più di ventuno milioni di italiani. Sì, c’è la televisione, ma davanti alla tv siamo tutti passivi, subiamo quello che politici e giornalisti, spesso di parte, vogliono propinarci. Sulla rete invece siamo protagonisti; sulle bacheche dei nostri profili o sui tantissimi gruppi tematici organizzati spontaneamente, milioni di persone leggono, comunicano, si informano, condividono. Ci possiamo quindi, organizzare e non solo per protestare, ma per cambiare le regole del gioco: il ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Domenica, 2 settembre ore 8:17</em></p>
<p>Su FaceBook Adriano Foist La Punta questa notte mi ha postato: “Continuare a vedere quei magnacci, quelle sanguisughe di politici in TV mi fa venire l’orticaria. Eppure se oggi uno volesse fondare un nuovo movimento in Italia non avrebbe bisogno né di soldi né di una sede. Basta Facebook: infatti non c´è nessun altro luogo fisico dove passano quotidianamente, in alcuni casi diverse volte al giorno, più di ventuno milioni di italiani. Sì, c’è la televisione, ma davanti alla tv siamo tutti passivi, subiamo quello che politici e giornalisti, spesso di parte, vogliono propinarci. Sulla rete invece siamo protagonisti; sulle bacheche dei nostri profili o sui tantissimi gruppi tematici organizzati spontaneamente, milioni di persone leggono, comunicano, si informano, condividono. Ci possiamo quindi, organizzare e non solo per protestare, ma per cambiare le regole del gioco: il popolo viola, il movimento delle donne “se non ora quando?” e persino il CleaNap che ha organizzato gruppi di volontari civici per pulire le strade di Napoli dalla spazzatura, o Angeli col fango sulle magliette, che da soli hanno fatto quello che stato e protezione civile non sono stati in grado di fare. Sono tutti nati e cresciuti attraverso la piattaforma di Facebook. Poi, e non è una novità, in Egitto e in Tunisia all´inizio del 2011 in questo modo hanno mandato a casa dei tiranni secolari e a dispetto di tutto e di tutti. Certo lì è ancora tutto precario e confuso, ma una cosa è certa: si può fare. Mandiamoli tutti a casa!” Clicco “Mi piace” e penso che Adriano è un sognatore impenitente. Esco e vado a godermi ancora un po’ di sole e di mare prima di un inverno di… rigore, in tutti sensi.</p>
<p><em>Sabato, 29 settembre ore 23:11</em></p>
<p>Sono rientrato a casa con Niva, stanco dopo essere stato a cena da Rino e Manuela. Siamo sconfortati, abbiamo passato tutta la sera a discutere cosa si può fare per salvare l’Italia dalla crisi e dai nostri poco amati politici. Non abbiamo più alcuna speranza: a primavera andare a votare o non andare? E se andiamo, chi possiamo votare? Basta. Per abitudine, prima di andare a dormire, accendo il mio portatile ed entro su Facebook. Petra Chiusi mi ha postato un link con una breve nota. È la proposta di un movimento nuovo che ha un account su facebook con più di 3500 amici. Petra nella nota mi dice che anche su Twitter la notizia va alla grande. Leggo. C’è un mini programma per risolvere il problema “Italia” e delle semplici regole da rispettare, una specie di statuto fondante. Clicco “Mi piace” e scopro che Adriano Foist La Punta è tra i fondatori e altri 7 dei miei amici hanno cliccato “Mi piace”. Sono stanco vado a letto.</p>
<p><em>Venerdì, 19 ottobre ore 13:54</em></p>
<p>Sono passate meno di tre settimane e su FB le adesioni in forma di “Mi piace” sono più di quarantacinquemila. Il mio amico Alberto Mostretto su Linkedin ha aperto un gruppo di discussione libero dal titolo “Il movimento e la fine del partito politico”. L’interesse, la passione come la speranza cresce anche se, secondo lui, è tutto inutile perché come sosteneva Max Weber, «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali». È così vero che non passa giorno che politici, di destra o di sinistra, non diano addosso al movimento, in televisione e sui loro account di facebook, dove vengono sbeffeggiati. Questi non hanno capito niente e continuano a ciurlare nel manico. Staremo a vedere.</p>
<p><em>Domenica, 4 novembre ore 9:42</em></p>
<p>Ho sentito Rai News 24, il movimento ha superato un milione di adesioni. Paperon dei Monti non ha commentato, ha lasciato la parola ai nipo(li)ti(ci) Qui (Alfano), Quo (Bersani) e Qua(Casini) che hanno gridato all’antipolitica. Penso: cazzate! Caso mai antipartitica. Un sondaggio recente da’ più del 65% di non votanti di cui un 7% sono del partito del “Rifiuto”. I sostenitori di questo ipotetico partito, invitano ad andare ai seggi per votare, presentandosi con i documenti e la tessera elettorale, dopo essersi fatta vidimare la tessera esercitare il diritto di rifiutare la scheda (ovviamente dopo la vidimazione), dicendo: “rifiuto la scheda per protesta, e chiedo che sia verbalizzato”; pretendendo quindi che venga verbalizzato il rifiuto della scheda, facendo inserire un commento che giustifichi il rifiuto (ad esempio “nessuno dei politici compresi nelle liste mi rappresenta”). Secondo queste persone, cosi facendo si adempie al diritto dovere di votare, ma di fatto non votando, si impedisce che il voto nullo o bianco sia conteggiato come quota premio per il partito con più voti. Infine, secondo lo stesso sondaggio, quelli che si dichiarano per il voto si distribuiscono così: 39% indecisi, PD e Movimento 5 stelle 13%, PDL al 12,5, Idv 11%, Sel 9%, Lega 5%, Udc 3,8 %, Futuro e libertà 2,5% i rimanenti in percentuali non significative.</p>
<p><em>Mercoledì, 15 dicembre ore 21:36</em></p>
<p>Sul suo diario Facebook il mio amico Riccardo Alzardi, ha messo una nota: “Un partito politico è &#8211; di fatto &#8211; una contradizione di termini e quindi non ha ragione di esistere! Potrebbe sembrare un’affermazione priva di senso ma, invece, trova una sua logica se ci si sofferma sul significato reale delle parole. Se valutiamo separatamente i due vocaboli, comprendiamo che, partito dal latino  “partitus” è participio passato di partiri cioè dividere, e questo  - a sua volta -, deriva da “pars” ovvero parte, quindi privilegia una certa porzione del tutto, e quindi persegue determinate finalità di qualunque genere. Politica, invece, deriva da “polis”, che in greco significa la città, la comunità dei cittadini; “politica” significava l’amministrazione della “polis” per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. Quindi le due definizioni contrastano irrimediabilmente tra loro, creando fraintendimenti che nulla hanno a che fare con il bene comune. Ecco perché è meglio pensare a movimenti che potranno poi sfociare in liste civiche vere. Civico dal latino “civis”, cittadino. Lista civica è un insieme di cittadini senza appartenenza a nessun partito, ma con una precisa intenzione di fare politica, nel senso più vero e alto della parola. Un governo che parta dal basso, quindi, senza le logiche avariate della convenienza partitica, che guardi ai bisogni del cittadino e del territorio in cui vive. Certo, voi direte, che non si può pensare di tornare all’epoca dei Comuni. Certo, ma si può e si deve considerare l’idea di unirsi in federazioni per aggregare man mano le esigenze provinciali, regionali e quindi nazionali. E perché no, anche a livello europeo come federazione di stati che abbiano una costituzione condivisa e un governo comune, per un’Europa veramente e concretamente unita politicamente e non soggiacente agli interessi finanziari di pochi. Dunque trasformare il movimento in una lista civica, oggi è l’unica forma democratica di governo che possiamo attuare. Le liste civiche destano timore tra i partiti, perché vicine alla gente, ai suoi bisogni e ai problemi pratici. Guardate il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, con tutto che è troppo grillocentrico, ormai è dato al 14% e… quanto fa paura!”. Clicco “Mi piace” e condivido.</p>
<p><em>Giovedì, 17 gennaio ore 22:36</em></p>
<p>La puntata di Servizio Pubblico che sto seguendo su Facebook, si è aperta con Santoro e le reazioni dei cittadini italiani alla politica parassita dei partiti e alle nuove misure coercitive e vessatorie anti crisi prese dal governo tecnico guidato da Mario Monti, nonché la vertiginosa crescita del “Movimento”. In studio ci sono Vendola del Sel  e Di Pietro Idv . Registrata c’è un intervista fiume di Beppe Grillo del movimento 5 stelle che tuona contro tutto e tutti: governo, partiti, televisioni e nuovi antagonisti, rivendicando al suo movimento l’unicità, la genuinità ed efficacia. Santoro da la parola ad uno dei fondatori del “Il movimento”. lo presenta e chiarisce che è stato nominato a rappresentare in studio “Il movimento”. Il sig. Giancarlo Gente, laureando in sociologia all’università di Padova, nella sua esposizione documenta come, tutti quelli preposti come lui, ad essere inseriti nella lista civica che si presenterà alle elezioni di primavera, siano stati scelti tramite votazioni primarie regionali, effettuate anche on-line in perfetto stile di e-democracy. Lungi da giochi di potere, la lista si sta concretizzando con il voto ricevuto da coloro che sono stati riconosciuti come trascinatori del movimento, che più si sono spesi per il movimento e abbiano già ampiamente dimostrato di corrispondere agli incarichi di coordinamento e promozione loro affidati. Al di là del fatto di essere professionisti, disoccupati, lavoratori, esodati, casalinghe o studenti, soprattutto sono stati premiati per la loro capacità di saper ascoltare la gente in rete come per strada, e di non aver paura a esprimere il proprio pensiero ragionato, oltreché di avere il merito di non essere mai stati candidati per nessun partito in nessun tipo di elezioni. Il signor Gente afferma inoltre che, tramontate le grandi ideologie, il maggiore fattore aggregante diventa la progettualità e che il Web è senz&#8217;altro adatto per la creazione di fronti comuni e cause condivise. Sicuramente la Rete non può essere un luogo autonomo dove fare politica, ma un potente veicolo di integrazione. Dalla Rete si può partire, ma dalla Rete bisogna anche uscire. È un luogo dove piantare il seme di un’idea e diffonderlo, perché poi cresca e viva anche fuori da lì. Proprio come il germoglio che esce dalla terra in cerca del sole. Bisogna essere padroni della comunicazione multicanale. L’importante è essere veri, essere sempre se stessi, non artificiosi, non banali e soprattutto avere sempre presente e rispettare l’altro, quello che ti ascolta.</p>
<p>Penso che forse ora la gente sia stufa, non ha bisogno più di imbonitori, comincia ad usare la testa e abbandona l’istinto primordiale della pancia.</p>
<p><em>Giovedì, 21 febbraio ore 21:54</em></p>
<p>Su Facebook seguo la puntata di Servizio Pubblico, il nuovo delegato del Movimento l’avvocato Filiberto Iannacchini lamenta che con cavilli burocratici si sta impedendo la presentazione del simbolo del movimento e non sono state legittimate alcune centinaia di migliaia di firme raccolte, tramite e-mail certificate, per la presentazione dei candidati alle prossime elezioni politiche. Santoro fa inserire su facebook la domanda: “Ritenete giusto l’ostracismo denunciato da rappresentante del Movimento”. In meno di mezzora si sono avute più di un milione di risposte. Il 97,6 % dei rispondenti ha urlato il suo NO.</p>
<p><em>Martedì, 19 marzo ore 15:22</em></p>
<p>Nella cerchia dei miei amici di facebook  c’è stato un passa parola: più di 50 hanno aderito e parteciperanno alla manifestazione del Movimento di sabato 13 aprile che si terrà a Roma, 12 hanno detto forse. Adriano mi ha chiesto se potevo ospitarlo con sua moglie, verrebbe giù in treno venerdì. Rispondo con uno “smile”.</p>
<p><em>Sabato, 13 aprile ore 13:12</em></p>
<p>Verifico sul mio Iphone che su tutti i network rimbalza la notizie che la manifestazione pacifica, indetta da “Il movimento” prevista per oggi nella spianata di Tor Vergata, si sta concludendo e circa tre milioni e mezzo di giovani, anziani, lavoratori, pensionati, disoccupati e famiglie intere, provenienti da tutta Italia si sta avviando ordinatamente a piedi verso il centro di Roma. Sembra che il prefetto di Roma abbia ordinato l’immediato scioglimento del “corteo”, perché non previsto. Io con Niva, Manuela, Petra, Rino, Adriano, Carolina, Alberto, Riccardo, mi sto incamminando tra la folla verso Piazza Montecitorio. Nel cielo volano 4 elicotteri che scortano il serpentone umano. Corre voce che dall’aeroporto di Pratica di mare si stiano per alzare dei caccia. Con WhatSApp mi arriva il messaggio di Saverio Emiliani da Bologna che mi informa che anche lui è in piazza con migliaia di persone e che tutte le reti televisive stanno facendo vedere come in tutte le città italiane, Roma compresa, la gente stia abbandonando le case e le loro occupazioni per  scendere tutti in strada.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><strong><em>Domenica 6 maggio ore 5,23</em></strong></p>
<p>Mi sveglio di soprassalto tutto sudato.</p>
<p>Accidenti Paola, ma che idea ti è venuta di chiedermi di scrivere qualcosa su politica e social network, ora mi tocca appuntarmi minuto per minuto tutto il mio sogno.</p>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 17:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il web continua la sua corsa e con esso le persone. I dati ci dicono che cresce la presenza su Internet in Europa e, nel mese di febbraio, l’utilizzo della Rete ha coinvolto 386,6 milioni di europei con una presenza media di 27,5 ore.</p>
<p>Tra i social network la parte del leone la fa ancora Facebook con un presenza pro capite di 405 minuti, nel periodo tra settembre e dicembre 2011, contro i 17 di linkedin e i 21 di twitter. (Fonte www.comscore.com).</p>
<p>I quotidiani traghettano sui social network seguendo le scelte dell’advertising che sta inesorabilmente mettendo in atto la sua separazione dalla carta e  perfino il The Guardian ha inaugurato da qualche settimana la sua pagina su Facebook.
L’editoria sta cambiando volto e aumentano gli scrittori che decidono di pubblicare se stessi, rivolgendosi all’esterno solo per stampa e distribuzione. Anche la musica ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il web continua la sua corsa e con esso le persone. I dati ci dicono che cresce la presenza su Internet in Europa e, nel mese di febbraio, l’utilizzo della Rete ha coinvolto 386,6 milioni di europei con una presenza media di 27,5 ore.</p>
<p>Tra i social network la parte del leone la fa ancora Facebook con un presenza pro capite di 405 minuti, nel periodo tra settembre e dicembre 2011, contro i 17 di linkedin e i 21 di twitter. (Fonte <a href="http://www.comscore.com/">www.comscore.com</a>).</p>
<p>I quotidiani traghettano sui social network seguendo le scelte dell’advertising che sta inesorabilmente mettendo in atto la sua separazione dalla carta e  perfino il <a href="http://www.facebook.com/PEI.Guardian" target="_blank">The Guardian</a> ha inaugurato da qualche settimana la sua pagina su Facebook.<br />
L’editoria sta cambiando volto e aumentano gli scrittori che decidono di pubblicare se stessi, rivolgendosi all’esterno solo per stampa e distribuzione. Anche la musica e il cinema stanno studiando nuove forme di rapporto diretto.</p>
<p>A tirare le somme si direbbe che gli artefici della domanda economica e i produttori di beni e servizi stiano via via eleggendo il web come luogo di incontro e la comunicazione sta diventando il linguaggio universale che li mette in contatto. Chi e cosa manca allora all’appello?</p>
<p>In Italia 2 soggetti sembra siano rimasti decisamente indietro.</p>
<p>Uno è la politica che continua ad ignorare i segnali che arrivano dai blog e dai social network oppure ad etichettarli come “antipolitica” con un senso dell’umorismo assai notevole visto che il più “ignorante” di noi ha prove evidenti su quanto ognuno di loro contribuisca ogni giorno a costruire l’antipolitica, segando tra l’altro il ramo dove sono seduti. E noi stiamo solo aspettando che questo succeda, con la pazienza e la tranquillità di chi sa di essere seduto sul ramo di un altro albero.</p>
<p>L’altro soggetto che non si informa, non comprende o forse semplicemente non può fare parte di questa nuova storia sono &#8220;i grandi imprenditori&#8221;. Quando li vedi su Facebook con le loro pagine tutte arredate per bene da contenuti e iscritti fanno quasi tenerezza per quanto sono inadatti, impreparati e ingenui nello sperare che il teatrino possa funzionare. Sicuri del loro nome e della loro storia, come se fosse una medaglia da appuntarsi alla giacca, si espongono al rischio quotidiano di veder crollare il castello di carte ad opera di un un manipolo di normalissimi cittadini che, con qualche commento o domanda, di fatto annunciano al mondo che il “re è nudo”.</p>
<p>Da cosa sono accomunati questi due soggetti?</p>
<p>Sicuramente dalla disabitudine al dialogo, quello vero ovviamente, non quello organizzato nei talk show. Disabitudine che ovviamente li ha portati a non ascoltare o meglio a pensare nel più profondo che non c’è niente da ascoltare. Che gli elettori, così come i clienti, non esistono veramente se non come effetto collaterale della loro esistenza.</p>
<p>Intanto il web e in particolare i social network come Facebook stanno allenando una bella fetta di popolazione all’analisi, alla critica, all’espressione del pensiero, alla scelta… stimolano le persone alla velocità, alla varietà di contenuti, al rapporto con persone sconosciute ma non per questo nemiche. Basta osservare una bacheca Facebook di uno qualsiasi di noi per vedere che comunichiamo con persone di cui non conosciamo l’età, il colore della pelle, il lavoro, gli studi o la disponibilità economica… scegliamo quello che ci piace perché ci piace, ci convince, ci stuzzica, ci fa pensare.</p>
<p>Forse queste persone non sono ancora scese in piazza per protestare, ma di sicuro stanno alimentando qualcosa che ha un sapore decisamente rivoluzionario. <em>E allora… stay tuned…</em></p>
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		<title>Belle per… caso? Quando la bellezza è nuova.</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 09:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prima Persona Femminile]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Anna è l’amministratrice della pagina Facebook “Belle per… caso?”. L’ho conosciuta personalmente qualche anno fa nel suo salone di bellezza a Roma, in un quartiere semiperiferico dove ancora si respira l’aria del neo-realismo di  Rossellini (Roma città aperta è stato girato a qualche strada di distanza). La convulsa espansione  degli ultimi decenni ha reso questo quartiere una cinta intermedia tra la roma storica del centro e le affollatissime periferie. Un tempo terreno d’ispirazione per i grandi registi (tra cui Pasolini), oggi conserva ancora una grande dinamicità nel suo essere luogo di grande movimento su strada a tutte le ore del giorno e terreno di contaminazione con tutte le più diverse etnie che lo abitano. Insomma, qui ancora le persone sono al centro della scena.</p>
<p>Di Anna posso dire che non credo che sia stata lei ad intuire le possibilità di Facebook ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100000453484144" target="_blank">Anna</a> è l’amministratrice della pagina Facebook “<a href="http://www.facebook.com/belle.per.caso" target="_blank">Belle per… caso?</a>”. L’ho conosciuta personalmente qualche anno fa nel suo salone di bellezza a Roma, in un quartiere semiperiferico dove ancora si respira l’aria del neo-realismo di  Rossellini (Roma città aperta è stato girato a qualche strada di distanza). La convulsa espansione  degli ultimi decenni ha reso questo quartiere una cinta intermedia tra la roma storica del centro e le affollatissime periferie. Un tempo terreno d’ispirazione per i grandi registi (tra cui Pasolini), oggi conserva ancora una grande dinamicità nel suo essere luogo di grande movimento su strada a tutte le ore del giorno e terreno di contaminazione con tutte le più diverse etnie che lo abitano. Insomma, qui ancora le persone sono al centro della scena.</p>
<p>Di Anna posso dire che non credo che sia stata lei ad intuire le possibilità di Facebook per la sua professione, quanto l’inverso. E’ come se lei fosse sempre stata pronta a questo luogo, anche prima che lo inventassero, e ha dovuto pazientemente aspettare che la tecnologia digitale facesse il suo corso. Dinamica, aperta e senza filtri… accoglie ogni innovazione come se l’avesse immaginata anni prima e si fosse nel frattempo preparata a cimentarsi.<br />
Quando il 31 marzo Facebook ha fatto il passaggio alla timeline per le pagine, mi ha detto: “Ma è bellissima! Mi ci trovo naturalmente bene e mi sembra che sia possibile raccontare molto meglio la nostra storia!”. Una boccata d’aria per me che continuo a registrare un sacco di resistenze verso questo cambiamento.</p>
<p>La nuova pagina, in formato timeline, non è un’innovazione esclusivamente tecnica… è il nuovo modo di raccontare e raccontarsi. Una sorta di mini-sito con grandi possibilità dal punto di vista comunicativo e che segue gli orientamenti di una nuova tendenza: lo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storytelling_%28narrativa%29" target="_blank">storytelling</a>.</p>
<p><em>A lei la parola…</em></p>
<p><strong>Anna, raccontaci di te e della tua professione.<br />
</strong>Buongiorno. Per me è ovvio dirvi che la mia professione è iniziata per passione, anche perché miei primi tagli risalgono all’età di 4/5 anni. All’epoca l’oggetto del mio interesse erano spazzole per abiti e piumini da spolvero, insomma tagliavo tutto ciò che mi capitava tra le mani, con grande preoccupazione di mia madre che mi nascondeva forbici e lamette. Più avanti ho iniziato con le bambole, acconciature e quant&#8217;altro, e ho puntato l’attenzione sulla sorellina più piccola su cui sperimentavo tagli di frangette impossibili, ma ormai avevo già acquisito la sicurezza nell’uso delle forbici. Poi è stata la volta della mamma e delle signore del palazzo, con le quali all’epoca facevamo una sorta di baratto: poteva essere un dolce, un biglietto omaggio per il cinema e qualche rara volta una mancetta, in cambio di una piega o un taglio.<br />
Ovviamente in parallelo ci sono stati gli studi e i corsi professionali, oltre a tantissime occasioni di stage dove ho imparato l’arte del mestiere, fino a quando non ho aperto <a href="http://www.annateresa.com/" target="_blank">un salone tutto mio</a>. Ancora oggi studio, ricerca e sperimentazione sono le mie parole d’ordine, a cui affianco un’idea molto artigianale del lavoro: ovvero fare tutto con calma e bene.</p>
<p><strong>In che modo Facebook è parte del tuo lavoro e della tua vita?<br />
</strong>All&#8217;inizio l&#8217;ho usato per gioco e solo a livello personale, anche perché volevo capire in che modo mi metteva in comunicazione con gli altri: i livelli della privacy,  come ogni mia informazione arrivava ai miei contatti e soprattutto ho osservato con attenzione quello che dicevano gli altri. Insomma ho vissuto in pieno la fase di condivisione e partecipazione per capire come far arrivare la mia storia alle persone che conoscevo. In questo primo periodo ho usato Facebook per condividere informazioni generiche e non mi sono cimentata più di tanto. In realtà non ho capito la forza dello strumento fino a quando una sera ad una festa nel cuore di Roma , una fotografa mi dice: &#8220;Tu sei la famosa Anna Capotorto!&#8221;, in quell&#8217;istante mi sono resa conto di essere arrivata ad una persona mai vista, tramite amici, di amici, di amici&#8230; non sapevo bene come, ma ero arrivata. Da qui l’idea di creare prima un gruppo e poi una pagina per le mie clienti/amiche, dove tenerle aggiornate di tutte le iniziative e promozioni e soprattutto dove farle diventare protagoniste della mia storia.</p>
<p><strong>Pensi che abbia avuto un ruolo nella tua crescita in quanto donna?<br />
</strong>Corsi e accademie mi avevano dato una formazione professionale sicura e vincente, ma sentivo che non mi bastavano più i volantini pubblicitari, i biglietti da visita, i cartelloni sulle vetrine. Io sono una persona molto socievole, mi piace stare in mezzo alla gente e organizzare occasioni di incontro, ho tantissime passioni (Cavallo, Tango, Immersioni, Vela) e Facebook è un luogo dove tutto è veloce e diretto, dove si possono condividere idee e stimoli e  dove si possono raggiungere moltissime persone in contemporanea con costi irrisori. Insomma è un luogo che mi corrisponde, stimola la mia curiosità e mi permette di  raccontare con passione la storia di quella bambina che tagliava le setole di una spazzola.</p>
<p><strong>Se lo chiudessero?<br />
</strong>Spero di no… ho ancora tante cose da scoprire e da dire!</p>
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		<title>Le donne&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 09:49:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima Persona Femminile]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Come vi avevo preannunciato l’idea è quella di dedicare la categoria “Prima Persona Femminile” alle donne e al loro rapporto con i social network, in particolare Facebook.</p>
<p>Poi tra le mie mani è arrivato un libro, Portrait di Joyce Lusso edito dalla giovane casa editrice L’Asino d’Oro. Un’occasione per ripensare a temi quali il coraggio e la modernità attraverso la storia di una donna  che la casa editrice così definisce: “L’ironica e spregiudicata autobiografia di una donna irriducibile. Dalla Francia degli anni Venti alla Heidelberg di Jaspers, dalla clandestinità alla guerra antifascista, dall’incontro con il grande patriota Emilio Lussu ai viaggi alla ricerca di poeti da tradurre, da Giustizia e Libertà al ’68, dalle lotte femministe a quelle del popolo curdo e infine a quelle ambientaliste. &#8230; La storia di ‘una donna per’ ovvero ‘costruttiva, generosa, capace di vedere il lato ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come vi avevo preannunciato l’idea è quella di dedicare la categoria “<a href="http://www.paolacinti.com/category/prima-persona-femminile" target="_blank">Prima Persona Femminile</a>” alle donne e al loro rapporto con i social network, in particolare Facebook.</p>
<p>Poi tra le mie mani è arrivato un libro, <a href="http://www.lasinodoroedizioni.it/catalogo/joyce-lussu/portrait" target="_blank">Portrait di Joyce Lusso</a> edito dalla giovane casa editrice <a href="http://www.facebook.com/pages/LAsino-doro-edizioni/372652192619" target="_blank">L’Asino d’Oro</a>. Un’occasione per ripensare a temi quali il coraggio e la modernità attraverso la storia di una donna  che la casa editrice così definisce: “L’ironica e spregiudicata autobiografia di una donna irriducibile. Dalla Francia degli anni Venti alla Heidelberg di Jaspers, dalla clandestinità alla guerra antifascista, dall’incontro con il grande patriota Emilio Lussu ai viaggi alla ricerca di poeti da tradurre, da Giustizia e Libertà al ’68, dalle lotte femministe a quelle del popolo curdo e infine a quelle ambientaliste. &#8230; La storia di <em>‘una donna per’</em> ovvero <em>‘costruttiva, generosa, capace di vedere il lato positivo e le possibilità della vita’ </em>come scrive Giulia Ingrao nella Prefazione.”</p>
<p>Una prefazione che comunica un forte senso di vicinanza alla storia dell’autrice, scritta da chi sa qualcosa di più dei semplici fatti, come se ci fosse stata anche lei a viverle accanto. Una Giulia Ingrao che già in passato avevo sentito parlare di identità femminile, ribellione, coraggio in un modo che ho sempre sentito “imprevedibile”.</p>
<p>Il contatto con queste due donne  mi ha fatto ricordare un breve testo scritto nel 2007. Un piccolo spazio di vita personale che però oggi voglio recuperare per dare ai miei racconti di donne presenti un passato che ha, però, un’eco ancora oggi in me e in molte donne che incontro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Avevo sei anni quando per il resto del mondo era il 1944 e mia figlia pensa che, fortunatamente, erano abbastanza per ricordare. Abitavo in un piccolo paese alle porte di Roma e vivevo in maniera seppure indefinita la ritirata delle truppe tedesche da quella che era stata per troppi anni la loro presenza nella nostra storia. </em></p>
<p><em>Era una mattina che sarebbe stata come tante altre se alcuni giovani militari non fossero entrati nella mia casa a requisire tutte le coperte per accatastarle in un grande magazzino alle porte del paese. La mia giovane età non mi fece pensare possibile alcuna resistenza, né pensai potesse essere importante. Lasciai loro fare come avevo visto succedere mille altre volte negli ultimi anni da chi, seppure più grande di me, non trovava</em><em> mai la forza di ribellarsi.</em></p>
<p><em>Quando lasciarono la mia casa sentii distintamente un senso di vuoto che sembrava incolmabile. Avevano portato via solo le coperte? Sembrava di si. </em></p>
<p><em>Vivevo ancora quel periodo della vita in cui le sensazioni tengono legate a sé i movimenti e non feci assolutamente nulla per molte ore, fino all’arrivo di mia sorella… una giovane donna provata dalla fatica, dalla guerra e da un marito che li rappresentava entrambi. </em></p>
<p><em>Una giovane donna che prende per mano un bambino di sei anni, chiude la casa a chiave, scende le scale per raggiungere la strada che la porterà al magazzino… tutto troppo veloce per capirne le intenzioni. Anche se sembrava fluire dalla decisione e morbidezza dei suoi movimenti un senso di sicurezza che percepivo nettamente e che mi faceva sentire volontariamente costretto a stare al suo fianco. </em></p>
<p><em>Tutto si ferma come in una foto incorniciata dallo stipite del portone, io e lei con alle spalle l’aria calda dell’estate e davanti la penombra di una piccola montagna di stracci affiancata da un ragazzo con un mitra tra le braccia. </em></p>
<p><em>La sua mano non stringeva la mia… non era necessario. Quella che agli occhi di tutti sembrava una follia ci teneva legati, il mio futuro era nelle mani della sua capacità di ribellarsi. E lei non disse nulla, neanche quando il giovane militare alzando il tiro dell’arma pronunciò incomprensibili parole in tedesco il cui tono non rendeva necessaria alcuna traduzione. Una frase breve che ripeté due tre quattro volte mentre lei si avvicinava. Credo che lo abbia guardato o forse fu lui che vide lei… forse seppe reagire, con quella tristezza che rende gli uomini più umani, alla bellezza di una donna che non si lascia fermare. Generosamente seppe interrompere la storia per qualche minuto, il tempo necessario perché lei finisse di attraversare i metri che la dividevano dalle sue coperte, prenderle ed uscire come se in quel momento fosse l’unica vera padrona di quello spazio.</em></p>
<p><em>Tutto sembrava concludersi con la nostra presenza sulla strada, ma il fatto che mia figlia oggi ve ne stia parlando mi dice che, come un’eco ha attraversato gli anni per diventare di volta in volta la possibilità per le donne della mia famiglia di dire di no, di non farsi fermare, di riprendersi ciò che è loro senza temere ogni volta di essere uccise e che volle me accanto perché non avrebbe mai saputo raccontarmelo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre storie di un recente passato che è presente o che dovrebbe esserlo, più di tante immagini femminili che ci hanno proposto negli ultimi anni. Che siano una memoria che ci ricorda chi siamo veramente?</p>
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		<title>Comunicazione 1.0 + 2.0 =  il caso PagineMida</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 09:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Portfolio]]></category>
		<category><![CDATA[clienti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Recentemente mi sono occupata della &#8220;comunicazione&#8221; dell&#8217;ultimo numero di Pagine Mida dedicato ai temi dell&#8217;Analisi Transazionale e del WE, dal titolo AT = Me + You = WE.
Si è trattato in realtà del 16° numero di una rivista che ha una lunga storia, fatta di contributi sui temi teorici ed esperienziali della formazione e della consulenza, ad opera dei partner e consulenti Mida.</p>
<p>Quindi un prodotto di quella comunicazione che definiamo 1.0, comunicazione scritta su supporto cartaceo: un classico. La rivista è completamente gratuita e vive grazie all&#8217;impegno di consulenti interni ed esterni alla società. I destinatari sono oltre 800 figure chiave della gestione, formazione e sviluppo Risorse Umane, che ricevono ogni numero direttamente nel proprio luogo di lavoro. Un&#8217;altra consistente fetta di destanatari è costituita dai partecipanti ai nostri eventi, visitatori delle nostra sede e anche un piccolo gruppo di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recentemente mi sono occupata della &#8220;<em>comunicazione</em>&#8221; dell&#8217;ultimo numero di Pagine Mida dedicato ai temi dell&#8217;Analisi Transazionale e del WE, dal titolo <em>AT = Me + You = W</em>E.<br />
Si è trattato in realtà del 16° numero di una rivista che ha una lunga storia, fatta di contributi sui temi teorici ed esperienziali della formazione e della consulenza, ad opera dei partner e consulenti Mida.</p>
<p>Quindi un prodotto di quella comunicazione che definiamo 1.0, comunicazione scritta su supporto cartaceo: <strong>un classico</strong>. La rivista è completamente gratuita e vive grazie all&#8217;impegno di consulenti interni ed esterni alla società. I destinatari sono oltre 800 figure chiave della gestione, formazione e sviluppo Risorse Umane, che ricevono ogni numero direttamente nel proprio luogo di lavoro. Un&#8217;altra consistente fetta di destanatari è costituita dai partecipanti ai nostri eventi, visitatori delle nostra sede e anche un piccolo gruppo di &#8220;<em>persone speciali</em>&#8221; che hanno espresso il desiderio di averla.</p>
<p>Per Mida quindi una prassi consolidata nel tempo e ormai divenuta una tradizione a cui teniamo molto. La sua realizzazione grafica ha subito nel tempo alcune modifiche, così come i piani editoriali che sono a monte. Gli ultimi numeri hanno un carattere più monografico ed abbiamo chiesto ad una nota agenzia romana, <a href="http://www.inevoluzionet.com/" target="_blank">Inevoluzionet</a>, di curarne la grafica, negli ultimi due numeri impreziosita dalle copertine di <a href="http://uemonikeda.blogspot.com/" target="_blank">Tatsuo Uemon Ikeda</a>, acquarellista giapponese, che ci ha dedicato due sue opere. La struttura grafica è curata da <a href="http://www.facebook.com/InEvoluzionet" target="_blank">Marta Bianchi, owner dell&#8217;agenzia</a>, che incastona le opere di Tastuo in un&#8217;ambiente curatissimo ed elegante.</p>
<p>Fin qui grandi novità&#8230; ma non sufficienti per il mondo che stiamo vivendo.<br />
La comunicazione ha subito negli ultimi anni una rivoluzione totale, grazie al web 2.0 e al social networking. Quindi come permettere ad una rivista come Pagine Mida di farne parte, senza snaturarsi e perdere quindi il suo valore di luogo di ricerca e proposizione approfondita di alcuni temi? La velocità che caratterizza il web oggi lascia sempre più spazio a brevi comunicazioni in quantità elevatissima, che sembrano &#8220;rosicchiare&#8221; tutto il nostro tempo, con il pericolo di veder scomparire le possibilità e le occasioni per riflessioni più ampie e approfondite.</p>
<p>Però uno dei limiti che caratterizzano le comunicazioni cartacee, rispetto a quelle analogiche, è la limitatezza della loro capacità di diffusione, dovuta agli alti costi di realizzazione e distribuzione. Se a questo aggiungiamo il diritto di copyright, che spesso le riviste cartacee rivendicano rispetto ai contributi degli autori, ci troviamo di fronte a due grandissimi limiti nella costruzione di quel sapere che oggi chiamiamo &#8220;intelligenza collettiva&#8221;. Gli autori, imbrigliati da queste logiche limitanti, sembrano vedersi sottrarre il loro ruolo di protagonisti e in molti casi anche il diritto a veder rivendicata la paternità intellettuale delle proprie opere.</p>
<p>A valle di queste considerazioni, l&#8217;ultimo numero di Pagine Mida decide di rivoluzionarsi. Le prime fasi della sua realizzazione seguono il consueto corso: articoli, impaginazione, stampa, distribuzione. Normalmente la storia di un numero si conclude qui, in attesa di nuove idee per il prossimo. Invece sarà a questo punto che decideremo di continuare la sua storia su un altro terreno, quello della comunicazione 2.0. Naturalmente non basta pubblicare un articolo nel web per essere 2.0 e non vogliamo neanche che diventi altro rispetto a quello che è, perchè la sua identità non è in discussione. Decidiamo quindi di rivoluzionare il nostro rapporto con gli autori, rimettendoli nuovamente al centro della scena.</p>
<p>Il primo passo è stato quello di inviare via email ad ogni autore il proprio articolo in formato pdf, perchè potesse deciderne l&#8217;ulteriore diffusione. Nella seconda fase decidiamo di utilizzare le piattaforme web di Mida per allargare il nostro pubblico, utilizzando il blog <a href="http://werevolution.mida.biz/" target="_blank">Werevolution</a> per scendere in campo con: <a href="http://werevolution.mida.biz/2012/01/29/we-write-paginemida/" target="_blank">un mio post</a> di presentazione della rivista, <a href="http://werevolution.mida.biz/2012/01/31/mida-at-potenziamento-werevolution/" target="_blank">la premessa al numero</a> di Marco Poggi ed <a href="http://werevolution.mida.biz/2012/02/03/we-meyou-at/" target="_blank">un post della curatrice</a>, Daniela Cannavale, che ripercorre in sintesi il filo dei contenuti presentando tutti gli articoli. In quest&#8217;ultimo post sono citati tutti gli autori, i cui nomi sono linkati ai rispettivi profili linkedin, e tutti gli articoli vengono messi a disposizione per il download. L&#8217;ultima fase è caratterizzata dalla diffusione dei post sui social network (Facebook, Linkedin, Twitter) e da un&#8217;ultima email agli autori che li informa che abbiamo reso i loro contributi disponibili nel web e quindi parte di quella costruzione del sapere che oggi passa attraverso Internet.</p>
<p>Di fatto Mida ha restituito ad ogni autore la proprietà intellettuale del proprio sapere, mettendo a disposizione la propria capacità realizzativa e di diffusione, senza sottrarre loro quel riconoscimento di paternità che oggi il web chiede. Un caso di intesa possibile tra Me e We in cui nessuno ci rimette e tutti ci guadagnano, ma anche un caso di possibile coesistenza tra comunicazione 1.0 e 2.0.</p>
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		<title>Volevo solo dormirle addosso: formazione, lavoro e crisi!</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco Personè</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Movies]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Da tempo pensavo di scrivere qualcosa sulla formazione, in particolare aziendale, sul lavoro e sulla crisi che ci attanaglia. Forse è per questo che ho risposto con piacere all’invito di Paola di scrivere a riguardo cogliendo il filo rosso che lega la formazione, il lavoro, la crisi e … il cinema. Ho trasferito quindi qui riflessioni, paradossi e nodi problematici messi a fuoco in molti anni di esperienza di formazione aziendale e – purtroppo – sempre raramente condivisi. Lo spunto me l’ha dato il poco noto, ma bel film: “Volevo solo dormirle addosso”.  È del 2004, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Lolli, ben girato da Eugenio Cappuccio e magistralmente interpretato da Giorgio Pasotti. È la storia di un formatore aziendale che in pieno momento di “transizione” per l’azienda, accetta una sfida impossibile. Da formatore si trasforma in un tagliatore di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo pensavo di scrivere qualcosa sulla formazione, in particolare aziendale, sul lavoro e sulla crisi che ci attanaglia. Forse è per questo che ho risposto con piacere all’invito di Paola di scrivere a riguardo cogliendo il filo rosso che lega la formazione, il lavoro, la crisi e … il cinema. Ho trasferito quindi qui riflessioni, paradossi e nodi problematici messi a fuoco in molti anni di esperienza di formazione aziendale e – purtroppo – sempre raramente condivisi. Lo spunto me l’ha dato il poco noto, ma bel film: “<a href="http://leviedelcinema.blogspot.com/2009/08/volevo-solo-dormirle-addosso.html" target="_blank">Volevo solo dormirle addosso</a>”.  È del 2004, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Lolli, ben girato da Eugenio Cappuccio e magistralmente interpretato da Giorgio Pasotti. È la storia di un formatore aziendale che in pieno momento di “transizione” per l’azienda, accetta una sfida impossibile. Da formatore si trasforma in un tagliatore di teste.</p>
<p>Si sa che la formazione è trasformazione, cambiamento, ma il cambiamento che ci hanno imposto al lavoro in questi ultimi anni è qualcosa che esula dalla radice della formazione. La formazione ha bisogno di tempo per sedimentare e creare il “miracolo” della trasformazione, ma da molti anni ormai, le nostre vite scorrono di fretta,  come veloce e incalzante è il nostro lavoro, dove ci hanno imposto la competizione più becera e l’accettare le sfide come doti di forza e capacità. Ma ci sono sfide che non si possono accettare. Mi scuso  anticipatamente, per essere un po’ prolisso, ma il tema non è di facile sintesi e la passione, che mi spinge sempre, non mi  facilita  il compito. A qualcuno, forse, questo mio argomentare potrà sembrare solo un sassolino che ho voluto togliere dalla scarpa. Spero comunque di dare un contributo a una discussione sul tema e di invogliare a vedere il film peraltro presente ne “Le vie del cinema” di Paola.</p>
<p><strong>Quale formazione?</strong><br />
La tesi provocatoria che voglio provare a sviluppare in queste righe, è che la “Formazione” in Italia, in particolare nel settore bancario &#8211; che è quella che conosco meglio -, negli ultimi trenta anni ha seguito solo le mode e ha completamente fallito la sua vera “mission” per cause endogene ed esogene. Si è sicuramente cercato di inseguire di più l’aspetto quantitativo che non quello qualitativo. L’identità culturale e tutto il “sistema” del mondo occidentale dal dopo guerra in poi entra in crisi e da più di cinquanta anni è in continua trasformazione e tale condizione è in accelerazione continua. Il cambiamento è diventato una costante. Il passaggio dalla cultura industriale a quella post industriale è contraddistinto dall’importanza che la comunicazione ha assunto in tutti i processi economici e sociali contribuendo ad una trasformazione epocale. Dagli albori dell’era industriale sino all’epoca moderna, la stabile integrazione culturale era facilmente garantita, nel suo lento sviluppo ,dalla reiterazione del sapere e quindi, dall’adattamento ai comportamenti e ai ruoli tradizionali che l’istruzione scolastica (stabile nel tempo) e la ridotta mobilità sociale consentivano. A differenza dell’istruzione, che probabilmente in Italia è sinonimo di stabilità, alla base della formazione c’è l’apprendimento, al quale è direttamente connesso il concetto di cambiamento. Non c’è formazione senza cambiamento, ma non è vero il contrario ovvero non è detto che per attuare il cambiamento sia necessaria la formazione, perché esistono cambiamenti che non implicano apprendimento, li subiamo e basta e noi &#8211; sulla nostra pelle -, lo sappiamo bene. Ma forse non è un caso che la maggioranza dei gestori di formazione veramente qualificati si trovino nelle imprese orientate al profitto. La formazione è un concetto moderno ed è strettamente connessa alla produttività del lavoro. Peraltro non c’è accordo sulla definizione di “formazione” tra le differenti discipline del sapere che se ne occupano; occorre sottolineare anche che gli stessi operatori, hanno difficoltà a dare un’univoca e condivisa definizione. Sembra che la difficoltà a definire il proprio oggetto sia l’unico punto su cui tutta la letteratura sulla formazione concorda. La formazione in quanto attività, è stata sempre rappresentata come un’azione “temporale” segmentabile e non può essere un processo perpetuo che contrasta con il concetto di prassi, decisione e concretezza operativa tipica del lavoro in generale e in particolare del mondo aziendale bancario. Mi piacerebbe approfondire il concetto di “tempo” che è anche alla base  dell’ipotesi iniziale, vista la rapidità del cambiamento, ma questo mi porterebbe ben oltre. In realtà, per definizione, solo le aziende “vendono” la formazione come uno strumento effettivo di gestione e di cambiamento, un investimento che deve dare risultati: perciò ne affidano la gestione a operatori specializzati. Ciò nonostante è sempre più evidente che i contenuti e le tecniche della formazione sembrano perdere di efficacia di fronte ai cambiamenti che hanno investito e, ancora investono, le imprese a partire dalla fine degli anni settanta. Credo poi che la formazione in Italia, fin dalla nascita sia sempre stata in ritardo  di almeno venti anni, rispetto ad altri paesi di cultura occidentale, soprattutto quelli di radice anglosassone.</p>
<p>Resta il fatto che la formazione degli anni 70 e 80 in banca, era abbastanza diversa rispetto all’attuale; infatti, pur se molti degli operatori non possedevano completamente gli aspetti teorici sottostanti, quasi naturalmente badavano molto di più all’apprendimento, che è l’unica misura possibile riguardo all’efficacia della formazione, che non ai numeri: quante giornate, quanti partecipanti, quante ore, ecc.. I seminari duravano mediamente due settimane, ma non era raro avere corsi di due mesi e più. La formazione, in genere, era rivolta solo ai neo assunti o ai neo funzionari, o agli operatori per il lancio di nuove procedure meccanizzate. La cosa aveva una sua logica in quanto, una volta formati (istruiti) beni i dipendenti, si stava sufficientemente tranquilli perché le conoscenze e le competenze non variavano che molto lentamente. Negli ultimi anni, invece, le aziende hanno distrutto, semplificato e non sviluppato competenze di formazione; per di più  non si inventa una professionalità complessa come quella del formatore, che è fatta di competenze ed esperienze del tutto particolari. Queste si sviluppano e si concretizzano in vari anni e vanno periodicamente rinforzate e raffinate alla luce delle nuove situazioni e delle nuove metodologie. I motivi di queste carenze sono molteplici e qui provo ad accennarne alcuni.</p>
<p>Un primo motivo è di carattere demagogico, ovvero la formazione, malgrado le “belle” dichiarazioni, è considerata dalle organizzazioni un mero strumento di consenso in particolare in quelle pubbliche: l’esempio della scuola su tutte. Nelle aziende, più o meno apertamente, si pensa (e non è affatto raro sentirlo dire anche a medi ed alti livelli) che: “il lavoro è produttivo, la formazione non lo è” oppure che “la formazione è un costo e non un investimento” Un altro motivo è di tipo culturale: va ricercato nella nostra tradizione tutta italiana, che vede i processi immateriali sottratti alla progettualità, e alla tecnologia, ma lasciati alla buona volontà di ciascuno, all’estro, alla fantasia, all’improvvisazione. Non è un caso che l’Italia sia uno dei pochi paesi al mondo che non preveda una formazione specifica per gli insegnanti, perché la logica sottostante, che in buona parte è fatta propria anche dalle aziende, è sempre stata: chi sa, insegna. Questo ha portato spesso ad un&#8217;esplosione di attività formative e di formatori che, mancando di basi metodologiche specifiche, hanno esaurito la propria visione formativa nel mero sviluppo dei contenuti. Per preparare, quindi, i nostri ragazzi al cambiamento e poter essere cittadini e lavoratori nella società globalizzata di oggi e pronti ad esserlo per quella, ancora da inventare, di domani, sarebbe necessario dare credibilità alla nostra scuola ed attuare finalmente la sempre auspicata riforma. Potrebbe essere opportuno, per prima cosa, cambiare il nome al nostro Ministero della Pubblica Istruzione in Ministero della Formazione. Non che le parole possano da sole cambiare i comportamenti, ma spesso dicono più di quello che noi siamo abituati a pensare. Sarebbe opportuno cambiare il nome anche in ambito aziendale a quello che, una volta, veniva chiamato il “<em>Personale</em>”, mentre oggi è in auge le “<em>Risorse Umane</em>” o “HR” (Human Resources), ma – comunque -mai centrato sulle “<em>Persone</em>”.</p>
<p><strong>Quale lavoro?</strong><br />
Le parole dicono più di quanto noi comunemente pensiamo e spesso sono in contrasto con i fatti, se non falsità, fumo negli occhi. Come lo slogan &#8220;People First&#8221; che caratterizza l’azienda del film citato. In verità nessuno vuole essere trattato come una semplice “risorsa”, un “numero”, una “macchina”, o semplicemente “denaro” che si può anche perdere, giocare, sprecare o riciclare; inoltre l’azienda ha sempre più bisogno di lavori che richiedono capacità complesse che si vogliono attuate da tutti, in quanto il puro lavoro esecutivo non ha più senso e valore (se mai l’avesse avuto) perché l’essere umano – a meno di costrizioni – non intraprende attività del tutto prive di discrezionalità; cioè, ogni attività lavorativa umana non forzata contiene una componente intellettuale (creativa, decisionale, ecc.); quindi, minore è tale componente rispetto alle aspettative culturali dell’individuo, maggiore è la sua demotivazione al lavoro. Le capacità complesse si fondano sulla totalità della persona e quindi sul coinvolgimento completo e totale per il loro sviluppo. Se parliamo della formazione e dei processi di apprendimento è più che evidente che in essi è coinvolta la persona nella sua totalità e non superficialmente. Ma quanto è stato chiesto alle persone dalle aziende e quanto poco a loro è stato restituito, in termini di sviluppo, sicurezza o di semplice denaro? Bisogna riscoprire le emozioni, sia in ambito personale, che organizzativo e come queste facilitano o ostacolano l’apprendimento, e come motivazione, comportamento, competenze, emozioni e valori siano tra loro connessi ed interdipendenti. Il processo formativo dovrebbe partire dalla scuola per potersi sviluppare nelle aziende; ma attenzione: lo sviluppare nelle aziende è ancora realisticamente possibile? Senza parlare del problema fondante che è la scuola.</p>
<p>Come ben si sa l’apprendimento individuale non garantisce l’apprendimento dell’organizzazione, ma senza di esso, quello dell’organizzazione non si verifica. La formazione, in questo ambito, ha come fine l’adeguamento delle persone di un’azienda alle esigenze attuali e future. Ma se non c’è “<em>coerenza</em>” nel comportamento organizzativo a tutti i livelli, per il raggiungimento di questo scopo, spesso accade che la formazione o l’aggiornamento (possiamo consideralo come il minimo dovuto per una persona inserita in azienda) creino aspettative che vengono puntualmente disattese; questo fatto unito alle naturali resistenze che scattano spontaneamente in situazioni di cambiamento organizzativo e culturale, crea un cocktail pericoloso. Per aggiornare si richiede che ci sia qualcosa su cui intervenire in termini di novità da immettere, di condizioni da cambiare, di arricchimento da produrre. Ci vogliono progetti ancorati a un futuro più o meno definito, rispetto alle aspettative dei singoli oltre che dell’azienda (ovvero i desideri e gli obiettivi citati all’inizio del film). E, peggio ancora, o sei dentro o sei fuori (o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra, nascosti da pacche sulle spalle e “complimenti”).</p>
<p>Negli ultimi anni si è avuto un moltiplicarsi di concentrazioni industriali, bancarie e commerciali in tutti i paesi a capitalismo avanzato. Si sono attuate delle alleanze tra le imprese che hanno portato a sempre maggiori concentrazioni delle stesse. A fronte dei processi di internazionalizzazione economica e ai processi di delocalizzazione produttiva, si sono avute nei più importanti fulcri capitalistici continue fusioni, acquisizioni e concentrazioni finanziarie ed industriali, solo tese alla continua e spasmodica ricerca di spazi concorrenziali. Nella quasi totalità dei casi di concentrazione della proprietà, si è invocata l’efficienza e la competitività che però si è solo tradotta in drastiche riduzioni del personale, in esternalizzazioni di fasi del ciclo produttivo, che hanno generato e generano lavoro nero. Si è puntato sul precariato con lo pseudonimo di flessibilità, spesso con condizioni coercitive per i fornitori e per i clienti, con innalzamento ingiustificato dei costi ed in genere in forme di redistribuzione tutte favorevoli al profitto. Nel sistema bancario italiano, acquisizioni e fusioni si sono moltiplicate a dismisura e il fenomeno potrebbe non essere affatto concluso se si guarda oltre confine. E ancora come è possibile perseguire obiettivi a lungo termine in un&#8217;economia che ruota attorno al breve periodo? Com&#8217;è possibile mantenere fedeltà e impegni reciproci all&#8217;interno di aziende che vengono continuamente fatte a pezzi e ristrutturate?</p>
<p><strong>Quale crisi?</strong><br />
Scopo dichiarato della formazione è sempre stato quello di portare le persone da un livello di partenza X, circa una o più capacità, a un livello X + Y. Ma il vissuto di questi ultimi anni mi fa dire che spesso, dopo le varie fusioni e incorporazioni, per molti non si è trattato di un “incremento di capacità”, ma di un vero e proprio “decremento”. In molti casi è stato necessario “cancellare” (o almeno “nascondere”) le conoscenze pregresse e, spesso, sostituire “procedure” e prassi migliori con altre peggiori per “imposizione”, senza logica di merito o di profitto, ma solo di potere. Chi “compra” ha sempre ragione e per chi è stato “acquisito” prima di riappropriarsi di ruoli e posizioni in media sono dovuti  passare dai tre a i cinque anni, sempre che non si sia stati colti da un nuovo “tsunami”. Ciò detto, nei meeting o nei convegni interaziendali (ma spesso viene usata a sproposito sia dal top che dal mid management nelle singole aziende), si è parlato e ancora si parla di formazione come leva strategica, ma nei momenti di crisi la prima spesa che viene tagliata (oltre le teste come nel film) è proprio quella della formazione. Peraltro, la giustificazione economica dell’investimento in formazione (che diventa sempre più importante in una fase in cui le imprese sono chiamate ad investire per rinnovarsi) è sempre più difficile, in quanto non è così immediato identificare dei parametri credibili e consistenti su cui misurare il suo rendimento. La dimostrazione dell’utilità dell’investimento in formazione è sempre più richiesta da parte del top management, che deve decidere dove allocare le risorse scarse di cui dispone sulla base di una graduatoria di efficacia a breve e medio periodo. I programmi di formazione sono perciò spesso a rischio: essi sono tra i primi candidati ad essere ridimensionati, di fronte alla pressione per la riduzione dei costi che investe quasi tutte le imprese. La situazione è resa ancora più difficile dal fatto che l’apprendimento organizzativo, a livello individuale e a livello delle strutture, è una componente essenziale dei processi di lavoro; l’apprendere diventa cioè un’attività quotidiana e non qualcosa che si fa saltuariamente in momenti di formazione staccati dal lavoro vero e proprio. Ancora una volta la formazione è “abusata” per ottenere consenso e si adopera per manipolare le persone quando la soluzione del problema è altrove: gestione, organizzazione, retribuzione, ecc.. Forse la soluzione è quella di cambiare il sistema di apprendimento vigente e utilizzare la stessa metafora dell’apprendimento per innescare la collaborazione e la diffusione delle informazioni. In definitiva, infatti, ogni formazione esistente, improntata su qualsiasi tipo di modello, gira intorno ad una vecchia questione: bisogna incrementare la capacità di alimentare ciò che è prescritto o l’autonomia? Ovvero, bisogna migliorare i processi di adempimento ed esecutività oppure migliorare i processi di decisionalità ed auto-organizzazione ?</p>
<p>Per me la risposta è semplice. Siamo in piena crisi economica, politica e sociale e dato che il cambiamento è sempre più rapido, il nostro senso di smarrimento deriva dal fatto che, se apprendimento e innovazione sono due necessità irrinunciabili sono anche più difficili da attuare, perché le conoscenze/competenze da acquisire sono sempre di più e le possibilità di lavorare sono sempre di meno. Ecco che, in questo contesto, l&#8217;apprendimento come competenza e la conoscenza come risorsa diventano fattori chiave per l&#8217;accesso e la partecipazione a molteplici dimensioni della vita sociale, culturale e politica, e non solo per la competitività economica, come vorrebbero le aziende del mondo globalizzato. Soprattutto, in questa complessità, è importante prendere coscienza che ciò che oggi conta maggiormente è l&#8217;organizzazione dell&#8217;informazione e la diffusione delle conoscenze. Questa consapevolezza dovrebbe essere fatta propria, senza eccezioni, considerando che l’evoluzione continua delle innovazioni, richiede una capacità di apprendimento permanente di tutti i cittadini del mondo globalizzato. L&#8217;incertezza è il carattere principale del nostro stare dentro questa complessità. Tutto ciò è ancora più vero in questo momento di crisi economica che ha investito tutto il mondo. Per vivere nell’incerto e nell’incoerenza della realtà, è utile vivere una relazione dualistica, che consenta di comprendere l’ambiente in cui si opera in modo non comune accogliendo paradossi e ambiguità. Bisogna saper esercitare, quindi, un pensiero plastico, multicanale, capace di elaborare informazioni e percorsi cognitivi attraverso differenti mezzi ed espressioni. Consideriamo, inoltre, che il mondo del lavoro in generale e l’organizzazione in particolare è sicuramente un luogo aspro, irriconoscente, sempre difficile per tutti coloro che vi impegnano il proprio “<em>progetto di vita</em>”, dove la speranza è la molla che ci spinge a ricercare un avvenire che immaginiamo pertinente a conseguire felicità e benessere, e in questa illusione spesso sacrifichiamo inutilmente affetti e vita privata; perché in questo territorio le emozioni sembrano bandite, i sentimenti hanno poca storia, la soggettività nel suo complesso ancor meno risonanza. Questo, in fondo, è l’assetto negativo che emerge anche nel film, questa è la forma di ciò che potremmo definire come malattia organizzativa prima e sociale poi, o viceversa. Perché ormai la nostra vita lavorativa e organizzativa ha sempre meno legami con la nostra esperienza passata, con colleghi, con ruoli, con posizioni e con processi in continuo cambiamento. Veniamo travolti spersonalizzati, siamo indotti a pensare al nostro orticello, crediamo che noi come per magia non saremo toccati. A questo punto è facile sostenere che la formazione in questo contesto diventa strategica perché ciò che occorre sapere è via via sempre più importante di ciò che già si sa, nel mondo del cambiamento,  della complessità e dell’incertezza, nessuna formazione può essere davvero efficace e duratura se non diventa strumento di autoformazione, di perenne crescita e sviluppo. <em>Imparare ad  imparare</em>.</p>
<p>Ma forse la crisi che stiamo vivendo non è economico/finanziaria o politico/sociale ma soprattutto antropologica. Dobbiamo allora abbandonare <em>l’io sfidante</em> e ricercare <em>un noi</em> ampiamente <em>condiviso</em>. Probabilmente potremmo tutti uscirne fuori se… smettiamo di “volere solo dormirci addosso”.</p>
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		<title>I tanti suoni di Facebook</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 16:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Eccoci al secondo contributo per “Prima Persona Femminile”. Ancora Facebook, ancora una donna: Roberta Di Mario, pianista e cantautrice Jazz.
Appare in bacheca dal nulla e la noto perché un&#8217;amica festeggia con un “mi piace” il nostro avvenuto contatto. Un’amica di un’amica merita un’attenzione speciale, attivo quindi un filtro mentale dedicato, per conoscerla meglio. Capisco subito che è un’artista, ma per deviazione professionale, prima di saggiare la sua identità sociale mi lascio incuriosire dalle sue “comunicazioni”.
E’ vivace e sembra molto, anche se non in modo assoluto, orientata a dialogare con chi la segue musicalmente o con gli amici. Il taglio è sempre molto sorridente, ma il diavoletto professionale che è in me si pone una domanda: non sarà un’operazione di marketing? Niente di male ovviamente, se fatto con stile e lei ne ha… ma i social network sono trasparenti e a ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccoci al secondo contributo per “Prima Persona Femminile”. Ancora Facebook, ancora una donna: <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100001334347809" target="_blank">Roberta Di Mario</a>, pianista e cantautrice Jazz.<br />
Appare in bacheca dal nulla e la noto perché un&#8217;amica festeggia con un “mi piace” il nostro avvenuto contatto. Un’amica di un’amica merita un’attenzione speciale, attivo quindi un filtro mentale dedicato, per conoscerla meglio. Capisco subito che è <a href="http://www.robertadimario.it" target="_blank">un’artista</a>, ma per deviazione professionale, prima di saggiare la sua identità sociale mi lascio incuriosire dalle sue “comunicazioni”.<br />
E’ vivace e sembra molto, anche se non in modo assoluto, orientata a dialogare con chi la segue musicalmente o con gli amici. Il taglio è sempre molto sorridente, ma il diavoletto professionale che è in me si pone una domanda: non sarà un’operazione di marketing? Niente di male ovviamente, se fatto con stile e lei ne ha… ma i social network sono trasparenti e a volte diffidenti: cercano sempre di scavarti dentro e, vuoi o non vuoi, alla fine qualsiasi operazione troppo “voluta” funziona a breve termine. Non faccio in tempo a finire di pormi la domanda che eccola esordire con una esclamazione “di pancia”, frutto sicuramente di qualche intoppo. Niente di grave, anzi direi quasi la normalità su Facebook, ma la discussione con i suoi follower non si fa attendere. Lei  non arretra di un passo né sul merito della questione e neanche sul metodo, rivendica la sua idea e la sua libertà di esprimerla, non fugge ma non attacca neanche… ronfo come un gatto sul divano: ecco la donna, separata per un attimo dalla sua identità artistica, che non si lascia frenare da logiche utilitaristiche e razionali, ma scende in campo a piedi nudi…<br />
Lei forse non lo sa, ma il suo modo di muoversi su Facebook potrebbe essere una splendida lezione per molti brand, tanto blasonati quanto inefficaci quando atterrano sul pianeta Internet.</p>
<p>Ecco cosa ci dice di se stessa…</p>
<p><strong><em>Qual è la tua storia e chi sei ora?<br />
</em></strong><em>Sono una donna appassionata, una musicista che ha scelto di cambiare con coraggio il proprio destino, apparentemente già delineato da una brillante carriera concertistica, per un nuovo e sconosciuto destino. Un nuovo viaggio fatto questa volta di musica e parole, di emozioni autentiche, di vita vibrante, di storie raccontate non solo con le mani sul piano, ma anche con la mia voce e la mia anima. In questo mondo finalmente mi sono ritrovata, mi sono messa a fuoco e giorno dopo giorno mi avvicino sempre più a chi sono,  a chi voglio essere…</em></p>
<p><em>Forse è stato mio figlio a regalarmi questa opportunità venendo al mondo, forse sono state le circostanze, forse quel soffio divino che arriva inaspettato e che non puoi fare altro che ascoltare perché grida troppo forte, o chissà… forse, semplicemente tutto questo insieme. </em></p>
<p><em>Quello che so per certo è che guardandomi indietro sorrido per la tanta  strada  percorsa da sola, che mi ha portato  fino a qui e realizzo che tutto è stato coerente con la mia persona e la complicità della mia musica, coincide con le mie scelte, con i miei sogni e desideri.</em></p>
<p><em>Questa è la più grande scommessa vinta della mia vita!</em></p>
<p><em>Oltre la musica c&#8217;è tutta una vita fatta di semplicità, di piccoli gesti, alla ricerca di belle sensazioni che fanno accelerare il cuore  e di incontri di belle anime!</em></p>
<p><strong><em>Come sei arrivata su facebook e cosa ne pensi?<br />
</em></strong><em>Inizialmente ero un po’ titubante, oltre a non essere particolarmente tecnologica sono un pizzico riservata riguardo la mia vita, ma poi ho pensato che alla mia musica avrebbe sicuramente giovato&#8230; una condivisione quotidiana con gli &#8220;amici&#8221;, che spero di coccolare day by day con il mio mondo artistico, ma anche con dolci e sinceri pensieri di Roberta Donna e non solo Artista che hanno permesso di farmi conoscere intensamente in rete e di incontrare  inoltre tantissime belle persone che mi sostengono e condividono! Se utilizzato nella maniera giusta facebook può essere, oggi, un grande mezzo di comunicazione e nel mio caso di promozione! Però applicherei una rigida regola di divieto per i ragazzini inferiori ai 14 (forse 16!) anni&#8230; So di essere all&#8217;antica e fortemente controcorrente, ma i giovani sopratutto hanno bisogno di comunicare a parole, occhi negli occhi!</em></p>
<p><strong><em>Come donna cosa diresti alla altre donne di oggi?<br />
</em></strong><em>Senz&#8217;altro di essere fedeli a se stesse, coerenti con le proprie ambizioni e i propri desideri, sincere ed elegantemente semplici. Penso la semplicità ripaghi sempre e faccia la differenza in un mondo artefatto e troppo ricercato… e  dimenticavo, di amare tanto, tantissimo&#8230; così avrò più materiale narrativo a disposizione per le mie canzoni!</em></p>
<p><strong><em>E agli uomini cosa vuoi dire?</em></strong><br />
<em>…di non essere banali e prevedibili. Basta poco per sorprenderci, basta la cura di un gesto…</em></p>
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		<title>Le fate sono su Facebook</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 10:17:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima Persona Femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Relationship]]></category>
		<category><![CDATA[social networking]]></category>
		<category><![CDATA[vendita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 2012 continua a sfornare novità per questo sito: una categoria dal titolo Prima Persona Femminile, dove cercherò e ospiterò storie e racconti di donne che sono sui social network. Non si tratterà di un appuntamento dedicato alle professioniste del web, ma &#8211; seguendo quel filo che spesso ci caratterizza - sarà uno spazio per quelle donne che vivono sul web, cogliendolo a volte come opportunità oppure più semplicemente vivendolo come luogo di espressione di se stesse.
Non si tratterrà neanche di un appuntamento per le donne, anzi… direi che sarà una piccola finestra per permettere agli uomini di intravederci, di ascoltarci quando siamo noi a raccontare di noi, di conoscere le nostre storie e quindi di esserci. Una finestra aperta&#8230;</p>
<p>Comincio da oggi partendo da due fate presenti su Facebook: Janas e l&#8217;uncinetto d&#8217;argento. In realtà stiamo parlando di due donne, Daniela ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2012 continua a sfornare novità per questo sito: una categoria dal titolo <strong>Prima Persona Femminile,</strong> dove cercherò e ospiterò storie e racconti di donne che sono sui social network. Non si tratterà di un appuntamento dedicato alle professioniste del web, ma &#8211; seguendo quel filo che spesso ci caratterizza - sarà uno spazio per quelle donne che <em>vivono</em> sul web, cogliendolo a volte come opportunità oppure più semplicemente vivendolo come luogo di espressione di se stesse.<br />
Non si tratterrà neanche di un appuntamento per le donne, anzi… direi che sarà una piccola finestra per permettere agli uomini di intravederci, di ascoltarci quando siamo noi a raccontare di noi, di conoscere le nostre storie e quindi di esserci. Una finestra aperta&#8230;</p>
<p>Comincio da oggi partendo da due fate presenti su Facebook: <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100002463196253" target="_blank">Janas e l&#8217;uncinetto d&#8217;argento</a>. In realtà stiamo parlando di due donne, Daniela e Giovanna, che ho intercettato su facebook in quello che è normalità per tutti noi, ovvero perchè linkate da un&#8217;amica (Maria Cristina). Faccio un giro nel profilo e rimango piuttosto sorpresa dalla bellezza e dall&#8217;originalità dello loro creazioni: <a href="http://www.facebook.com/media/set/?set=a.125053850920054.27259.100002463196253&amp;type=3" target="_blank">borse in fettuccia lavorate all&#8217;uncinetto</a>. Il numero di amici e l&#8217;attività molto vivace in bacheca, unito ad un clima decisamente leggero e rilassato nel rapporto con le amiche/clienti, mi hanno convinto a chiedere loro di raccontarsi.</p>
<p><em><strong>Chi siete e qual è la vostra storia?<br />
</strong></em>Siamo <em>Daniela</em> e <em>Giovanna</em>, cugine acquisite (il marito di Daniela è cugino di Giovanna).<br />
<strong>Daniela</strong>: attualmente in mobilità faccio la mamma a tempo pieno con due bimbe di 4 e 2 anni e un terzo in arrivo. Ho conseguito la laurea in chimica e lavorato come informatore scientifico per circa 10 anni, fino alla chiusura dell&#8217;azienda e messa in cassaintegrazione, avvenuta un anno fa. Ho sempre amato lavorare con le mani e creare quello che più mi piaceva&#8230;. imparare tecniche e utilizzare materiali diversi ha sempre fatto parte del mio essere. Cucito, maglia, fotografia&#8230;.tutto ciò che mette in moto la creatività mi ha sempre affascinato. Cosi visto il tempo libero che mi si prospettava, ho deciso di riprendere in mano qualche attività manuale abbandonata da tempo a causa della freneticità del tipo di lavoro che svolgevo. Internet mi  ha aperto un mondo sconosciuto sulla creatività e sulla possibilità di imparare tutto, ma proprio tutto quello che avevo voglia di fare, così decisi di prendere l&#8217;uncinetto in mano e cavarne fuori qualcosa di buono&#8230;&#8230; dopo le prime lezioni base da mamme e zie, ecco che si presenta l&#8217;opportunità di utilizzare questo antico strumento in maniera &#8220;moderna&#8221;: la fettuccia e la possibilità di usarla per creare borse! Quelle borse ci hanno incantato e così abbiamo imparato a realizzarle&#8230;<br />
<strong>Giovanna</strong>: cugina del marito di Daniela. Studentessa di medicina alle prese con (si spera) gli ultimi esami&#8230; Ho sempre poco tempo e sono sempre in ritardo, faccio tutto di corsa e anche questo hobby lo sto trasformando in una maratona: fettuccia sparsa per la casa, un giro di uncinetto nelle pause dallo studio e davanti alla tv con il mio paziente fidanzato accanto. A differenza di Daniela, ho imparato da bambina a usare l&#8217;uncinetto! Secondo mia madre non si poteva stare troppo tempo con le mani in mano, quindi sotto con ferri e filati, ma anche ago e filo!!!!! Devo comunque essere sincera, l&#8217;idea è nata principalmente da Daniela e poi pensando e ripensando siamo  arrivate alla conclusione che l&#8217;idea ci piaceva e che qualcosa stava per nascere. Primo ordine e prima grande emozione nell&#8217;attesa &#8220;del pacco&#8221;&#8230; Come sarà? Cosa ci sarà dentro? Cosa possiamo fare? E poi finalmente comprare l&#8217;uncinetto giusto e iniziare a fare e rifare le prime borse&#8230; ma il risultato è stato super ed è bellissimo vedere la prima finita!</p>
<p><em><strong>Quando siete arrivate su Facebook e come sta andando?</strong></em><br />
Abbiamo iniziato con modelli semplici, ma via via che l&#8217;uncinetto si modellava sulla nostra mano le forme hanno iniziato a nascere quasi per magia&#8230; Le borse ci piacevano, siamo state le prime a volerle indossare, ma perchè non far vedere a tutti cosa si poteva creare con questo tessuto?<br />
La pubblicazione delle nostre creazioni portano molti commenti positivi e gli ordini non tardano ad arrivare prima da amici entusiasti, così quello che era un&#8217;idea vaga ha iniziato a diventare sempre più concreta come profilo su Facebook.<br />
Che ansia  aprire un profilo fb, cosa scriviamo come ci chiamiamo&#8230; Magia era la parola chiave! era ciò che volevamo evocare con le nostre borse&#8230; era necessario dare un nome a quelle creazioni&#8230;.. Abbiamo deciso che la nostra tradizione doveva accompagnarci, per questo Janas, le fate sarde.<br />
<em>[<strong>Chi sono</strong>: sono descritte come una specie di piccolissime fate che vivevano in buchi scavati nelle rocce (le cosiddette domus de janas). Erano specializzate in ogni tipo di lavoro domestico: tessevano splendide stoffe e preparavano un pane più leggero dell'ostia. Secondo la leggenda, possedevano telai d'oro e setacci per la farina fatti d'argento.]</em><br />
L&#8217;uncinetto d&#8217;Argento evoca ancor più l&#8217;atmosfera magica, strumento posseduto dalle janas&#8230;.. così <em>Janas e l&#8217;uncinetto d&#8217;Argento</em> e sbarchiamo a tutti gli effetti su Facebook con le nostre foto&#8230; il risultato cresce con l&#8217;entusiamo di chi segue.<br />
Dopo aver accontentato amiche e parenti con i primi esperimenti cominciano ad arrivare le richieste su fb&#8230; che emozione! Potremmo proprio parlare della classica ansia da prestazione, ma poi dopo le prime&#8230;. no vabbè, l&#8217;ansia dei preparativi delle borse non passa mai!!<br />
Piano piano ci siamo fatte conoscere e i nostri contatti suggerivano l&#8217;amicizia a tante persone, il numero cresceva  e noi eravamo sempre più stupite!! Che meraviglia soprattutto la solidarietà delle altre creative che ci hanno aiutato un pò a destreggiarci. Abbiamo scoperto un nuovo mondo, fatto di foto, messaggi sorrisi, suggerimenti, ma ovviamente anche screzi e malintesi, ma quest&#8217;ultima parte per noi  è ancora per fortuna sconosciuta!<br />
Via via  tutte le persone che attraverso FB ci hanno scoperto ed hanno scoperto la possibilità di ordinare una borsa fatta a mano, personalizzabile in tutto per tutto, dalla forma al colore, ci ha dato modo di aggiornare e far crescere gli album fotografici.</p>
<p><em><strong>Cosa ne pensate di Facebook?<br />
</strong></em>FB per noi è stato una grande occasione! L&#8217;occasione principalmente per farci conoscere, senza esporci troppo giocando alle commercianti, senza dover stravolgere la routine quotidiana fatta di famiglia e studio, mettendo a frutto le nostre piccole conoscenze di marketing nei tempi e modi a noi più congeniali. Abbiamo saltato tanti passaggi che altre creative hanno fatto, come i mercatini. Abbiamo partecipato solo ad uno di questi, ed è stato piuttosto impegnativo per noi<strong></strong><em><strong> </strong></em>realizzare anticipatamente delle borse che non sapevamo se sarebbero piaciute&#8230; Con FB il lavoro su prenotazione è invece gestibile e molto meno &#8220;rischioso&#8221;.<strong></strong><em><strong></strong></em></p>
<p><strong><em>Come donne cosa direste a chi vi legge?</em><br />
</strong>Rappresentiamo certamente due delle tipologie più diffuse di &#8220;Donne&#8221;&#8230; Direi anche tre: la studentessa, la mamma e la disoccupata! E tantissime delle donne che abbiamo conosciuto ultimamente appartengono a questi gruppi. La voglia di &#8220;occupare il tempo che in realtà non si ha&#8221; di realizzare qualcosa di concreto, creare ció che più piace e imparare nuove tecniche, spinge molte donne a tirare fuori la creatività spesso assopita o repressa, portando a un alto livello di soddisfazione il proprio io e dando alla propria attività un valore antidepressivo notevole (recenti le scuole si knitting americane dove anche le Star di Hollywood non mancavano)&#8230;<em><strong><br />
</strong></em>Cosa aggiungere&#8230; noi siamo qui, a casa e mentre ci occupiamo di vivere cerchiamo di creare qualcosa che piaccia a noi, alle nostre amiche, e a chi ci segue; che ci faccia distrarre e rilassare&#8230; In fondo è solo una questione di passione!!</p>
<p><em>Daniela e Giovanna</em></p>
<p>P.S. La cultura del nuovo millennio dovrà tenere conto di esperienze come questa, di fatto risposte vitali non solo a situazioni personali ma anche segnale che la domanda e l&#8217;offerta devono potersi incontrare direttamente, dialogare, crescere e che le donne sono già pronte&#8230; semplicemente, ma con stile ed eleganza.</p>
<p><em>[L'immagine in alto è di Fausto Fiori]</em></p>
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		<title>Il grande Lebowski e lo store-manager</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Fedele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[I miei luoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Movies]]></category>
		<category><![CDATA[clienti]]></category>
		<category><![CDATA[prestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[risultati di vendita]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo store come sala da bowling… e i venditori come giocatori! I primi cinque minuti dell’indimenticabile film &#8220;Il grande Lebowski&#8221;  diventano lo stimolo per pensare a come migliorare i risultati di vendita di uno Store.
<p></p>
<p>Il grande Ledowski e lo Store Manager from Paola on Vimeo.</p>
<p>Tutti possono giocare a bowling avendo un proprio stile. Ovviamente c’è chi è più portato e chi invece ha bisogno di allenarsi molto, così negli store ci sono venditori “nati” e venditori che imparano. Alcuni elementi sono comuni ad entrambi:</p>

non puoi giocare se non dopo aver indossato le scarpe adatte, devi utilizzare una boccia che pesa tra i 6 e gli 8 chili e devi ricordarti di rispettare una precisa posizione delle dita nei fori (altrimenti rischi brutti incidenti). Anche negli store ti viene richiesto di indossare una divisa e rispettare “il peso” di regole precise.
quando ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><em>Lo store come sala da bowling… e i venditori come giocatori! I primi cinque minuti dell’indimenticabile film &#8220;Il grande Lebowski&#8221;  </em><em>diventano lo stimolo per pensare a come migliorare i risultati di vendita di uno Store.</em></h4>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/36333671?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="400" height="300"></iframe></p>
<p><a href="http://vimeo.com/36333671">Il grande Ledowski e lo Store Manager</a> from <a href="http://vimeo.com/user9865578">Paola</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>Tutti possono giocare a bowling avendo un proprio stile. Ovviamente c’è chi è più portato e chi invece ha bisogno di allenarsi molto, così negli store ci sono venditori “nati” e venditori che imparano. Alcuni elementi sono comuni ad entrambi:</p>
<ol>
<li>non puoi giocare se non dopo aver indossato le scarpe adatte, devi utilizzare una boccia che pesa tra i 6 e gli 8 chili e devi ricordarti di rispettare una precisa posizione delle dita nei fori (altrimenti rischi brutti incidenti). Anche negli store ti viene richiesto di indossare una divisa e rispettare “il peso” di regole precise.</li>
<li>quando tiri la boccia devi tener presente che la “zona di lancio” è di circa 5 metri e che, dovendo percorrere una pista di 18 metri, la precisione e la giusta forza nel tiro faranno la differenza. Cosi come nello store ci sono gli spazi, il layout ed i prodotti per preparare il contatto con il cliente, ed il processo e l’attenzione alla relazione di vendita possono fare la differenza.</li>
<li>le regole del gioco prevedono la possibilità di fare due tiri (dove tentare di fare strike o spare) e complessivamente 10 giocate per determinare il punteggio totale della partita. Nello store hai le tue occasioni per fare strike o spare con i clienti e poi a fine giornata tiri le somme su come è andata.</li>
</ol>
<p>Potrei continuare con altri parallelismi ma mi fermo qui per arrivare al punto…<br />
Chi ama giocare a bowling sa che lo stimolo coincide con l’obiettivo di fare più strike possibili e che per vincere è determinante valutare/migliorare ogni prestazione apprendendo dal tiro precedente. Per chi vende in uno store lo stimolo è quello di porsi obiettivi di risultato e migliorare la propria prestazione, vendita dopo vendita.</p>
<p>Ma cosa succede se non hai consapevolezza dei tuoi obiettivi individuali e non sai valutare le tue prestazioni di vendita? Quando non hai la possibilità di imparare dall’esperienza precedente anche se a fine giornata hai fatto un risultato positivo non è detto che il giorno dopo l’entusiasmo sia alto. È come giocare a bowling con un lenzuolo bianco che, appeso davanti ai birilli, lascia passare la boccia, fa sentire il rumore ma non ti permette di vedere il risultato. Con quale entusiasmo affronti il secondo tiro? E i tiri successivi?  C’è anche la possibilità che tu faccia un ottimo risultato, ma con quale prestazione? Con quale stimolo per iniziare una nuova partita?</p>
<p><strong>In sintesi, come è possibile diventare <em>Jesus </em>il campione presente nel film?<br />
</strong>Jesus è concentrato su ogni tiro e sa che ogni dettaglio è importante per traguardare il risultato che si è prefissato.</p>
<p>All’interno di uno store diventa fondamentale il ruolo dello Store Manager. E’ lui che può togliere il lenzuolo bianco e creare le condizioni perché i suoi venditori imparino e migliorino ogni tiro, vendita dopo vendita, contribuendo così ai risultati complessivi dello store. Sta a lui valorizzare la prestazione dei suoi collaboratori i cui risultati saranno determinati dal presidio costante delle singole azioni.</p>
<h4><em>In un momento particolare come questo giocare a bowling …</em></h4>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>To web or not to web</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 11:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Cinti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[copyright]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nel precedente post ho parlato di diritto d&#8217;autore e libertà della rete&#8230;  sono passati alcuni giorni e la vicenda Megaupload sta finalmente mostrando tutte le sue facce, permettendoci un maggiore approfondimento sul tema.
Come vi dicevo il sequestro del portale di streaming Megaupload da parte dell&#8217;FBI sembrava avere come obiettivo quello di contrastare la violazione costante del copyright da parte di chi metteva a disposizione materiale protetto per l&#8217;upload e download di brani musicali, film, ebook, software, ma anche materiale proveniente dalle reti televisive. Fino a qui l&#8217;operazione sembrava avere un senso&#8230; legale.</p>
<p>Nei giorni successivi però sulla rete si rincorre una notizia interessante che dà un risvolto diverso al caso e che parte da un interrogativo: &#8220;Perchè proprio Megaupload?&#8220;, anche perchè chi mastica web sa che le piattaforme sono molte e non è proprio difficile riaprirne altre 10 in poche ore. ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel <a href="http://www.paolacinti.com/larte-di-vincere-961.html" target="_blank">precedente post</a> ho parlato di diritto d&#8217;autore e libertà della rete&#8230;  sono passati alcuni giorni e la vicenda Megaupload sta finalmente mostrando tutte le sue facce, permettendoci un maggiore approfondimento sul tema.<br />
Come vi dicevo il sequestro del portale di streaming Megaupload da parte dell&#8217;FBI sembrava avere come obiettivo quello di contrastare la violazione costante del copyright da parte di chi metteva a disposizione materiale protetto per l&#8217;upload e download di brani musicali, film, ebook, software, ma anche materiale proveniente dalle reti televisive. Fino a qui l&#8217;operazione sembrava avere un senso&#8230; legale.</p>
<p>Nei giorni successivi però sulla rete si rincorre una notizia interessante che dà un risvolto diverso al caso e che parte da un interrogativo: &#8220;<em>Perchè proprio Megaupload?</em>&#8220;, anche perchè chi mastica web sa che le piattaforme sono molte e non è proprio difficile riaprirne altre 10 in poche ore. La risposta forse possiamo trovarla in un annuncio di qualche mese fa, fatto da Kim Schmitz di <strong>TorrentFreak</strong>, che recita così:</p>
<blockquote><p><em>“Abbiamo u</em><a href="http://www.paolacinti.com/wp-content/uploads/2012/02/1097.jpg"><img class=" wp-image-988 alignleft" title="1097" src="http://www.paolacinti.com/wp-content/uploads/2012/02/1097-300x165.jpg" alt="" width="233" height="132" /></a><em>na soluzione chiamata <strong>Megakey</strong> che permetterà agli artisti di guadagnare anche nel caso di utenti che scaricano gratis. Si, pagheremo gli artisti anche per download gratuiti. Questo modello negoziale lo abbiamo già provato con più di un milione di utenti e funziona. Il prossimo anno si sentirà parlare di <strong>Megabox</strong> e di accordi esclusivi con artisti che vorranno abbandonare modelli negoziali obsoleti come quelli finora adottati.”</em></p></blockquote>
<p>Sembra che gli accordi prevedessero percentuali piuttosto alte a favore degli autori (si vocifera anche fino al 90%) e questo, ovviamente, sconvolgerebbe il mercato economico riscrivendo di fatto le regole di domanda/offerta ed escludendo la lobby economica che sta tenendo sotto scacco il mondo artistico. A questo punto la chiusura di Megaupload e l&#8217;arresto di Dotcom sembrano voler fermare l&#8217;intuizione che la rete Internet può costituire oggi la piattaforma di un nuovo modello di distribuzione, nel quale la tecnologia sia veicolo diretto di scambio tra produttore e acquirente.</p>
<p>Ma andiamo oltre e vediamo quali altri contributi possono aiutarci a fare chiarezza sullo scenario che si sta delineando. Nel mese di gennaio prende corpo nelle librerie una pubblicazione interessante: <a href="che la rete Internet, oltre che essere mezzo utile per la condivisione gratuita e a scopo personale di risorse, può offrire al giorno d’ oggi un nuovo modello di distribuzione, nel quale la tecnologia sia veicolo diretto di scambio tra produttore e acquirente" target="_blank">Abolire la proprietà intellettuale</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Boldrin" target="_blank">Michele Boldrin</a>. Un percorso di indagine su un assunto accettato da tutti, ovvero che la proprietà intellettuale ed il brevetto siano diritti che fanno parte dello scenario sociale ed economico e come tali debbano essere tutelati. Il libro percorre invece l&#8217;idea opposta: quanto questi diritti sono causa di monopoli che di fatto rallentano il progresso?<br />
Naturalmente non sono in discussione i guadagni che derivano dalle nostre idee, quanto una riflessione su quella che è stata definita la &#8220;<em>classe vettoriale</em>&#8221; da<em> Wark McKiezie</em><strong></strong>. Una classe composta da quelle lobby che monopolizzano la distribuzione di &#8220;sapere&#8221;, aumentandone  i costi,  senza aggiungere nulla al contenuto dell’ opera.</p>
<p>Finisco con una provocazione che riguarda sicuramente molti di noi. Quanti hanno consegnato e consegnano nelle mani di riviste specialistiche le proprie riflessioni, idee, ricerche senza veder riconosciuto alcun compenso? E quanti di noi si scontrano poi con il divieto di divulgazione delle nostre opere perchè protette dal copyright della rivista? Allora vediamo: noi produciamo gratuitamente sapere che permette ad una rivista di esistere sul mercato, la quale con ci consente di divulgare questo sapere su Internet sottraendoci, anche,  la proprietà intellettuale delle nostre idee. Ecco descritta la <em>classe vettoriale</em>.</p>
<p>Siamo di fronte ad un nuovo mondo, con nuovi panorami, possibilità, scenari e ovviamente lo scontro è aperto&#8230; con una possibilità in più:  la rete ha una qualità intrinseca, essendo trasparente ci permette di vedere che alcuni giganti in realtà sono nani&#8230; che le ombre della sera deformano.</p>
<p>Completo questo post con un contributo di <a href="http://www.linkedin.com/in/robertodolci" target="_blank">Roberto Dolci</a>, postato sul gruppo <a href="http://www.linkedin.com/groups?home=&amp;gid=3523889&amp;trk=anet_ug_hm&amp;goback=.gmr_3523889" target="_blank">Generation21</a> di Linkedin:</p>
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